La Mitragliatrice Albertini

Negli annali dell’evoluzione delle armi a tiro rapido, la Mitragliatrice Albertini — definita all’epoca anche come “cannone a salve” — rappresenta un interessante, seppur controverso, capitolo della tecnica militare. Ideata dal tenente colonnello Albertini, quest’arma fu concepita per massimizzare il volume di fuoco sul campo di battaglia, potendo allineare 50 canne su una singola riga, o spingersi fino a 100 canne sovrapposte in due file.

Dal punto di vista meccanico, l’arma si distingueva per un sistema di alimentazione a caduta: l’otturatore ospitava una speciale scatola di latta divisa in scomparti verticali, ognuno dei quali conteneva dalle 25 alle 30 cartucce destinate alla rispettiva canna. Al momento dello scatto del cane, tutte le canne facevano fuoco simultaneamente. Il risultato era un potenziale offensivo micidiale, capace di riversare sul nemico dalle 18 alle 20 salve al minuto. Nonostante la mole di fuoco, il modello a 50 canne vantava una notevole mobilità tattica: era sufficientemente leggero da essere trainato da un solo cavallo e richiedeva appena uno o due artiglieri per il funzionamento, i quali operavano al riparo di una spessa lastra di ferro posta a protezione tra la camera e l’affusto.

Tuttavia, il giudizio dei contemporanei non fu del tutto lusinghiero. Nonostante l’evidente sforzo ingegneristico, le autorità militari dell’epoca accolsero il progetto con una certa freddezza. Il Giornale d’Artiglieria e Genio, pur rilevando alcune analogie meccaniche con la più celebre e collaudata mitragliatrice Palmcrantz (da cui però l’Albertini non derivava direttamente), sentenziò che la nuova arma non segnava un reale progresso tecnologico rispetto a quest’ultima, relegandola di fatto a una curiosità negli arsenali dell’epoca.

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