«Il cieco entusiasmo, caratteristica dei giovani, è un difetto negli uomini maturi responsabili quali siamo noi…»
I PRIMI ANNI DI VITA

Quando si parla di nazionalismo e di irredentismo italiano vengono sempre alla mente i miti ed i martiri di questi due movimenti. Spesso si parla di Gabriele D’Annunzio, Nazario Sauro o Cesare Battisti. Meno famoso, al giorno d’oggi, di questi ultimi fu Michele Pericle Negrotto, ma ugualmente importante rispetto ai personaggi precedentemente nominati. Ufficiale di carriera del R. Esercito fu uno dei protagonisti del nazionalismo italiano. Questo, nato dal fuoco risorgimentale, si espresse, a seguito delle guerre d’indipendenza, nel movimento irredentista. Quest’ultimo era nato dal desiderio di liberare una parte di popolazione di lingua italiana ancora soggiogata da potenze di diversa nazionalità. Ma non era l’unico ideale nella mente dei nazionalisti. La superiorità del proprio popolo e del proprio stato era il fondamento delle loro convinzioni è non c’è da sorprendersi se la Grande Guerra fu vittima proprio dell’incremento del sentimento nazionalista. Negrotto fu promotore, negli anni precedenti al conflitto, della necessità di formare i giovani italiani all’educazione militare, in vista di un futuro conflitto. Ovviamente Negrotto era fortemente anti-Austriaco, considerando il fatto che accolse nei suoi ranghi numerosi esuli giuliani e trentini. Michele però non fu sempre un militante infervorato. Eugenio de Rossi, suo superiore, ricorda così il giovane tenente Negrotto: “Negrotto era stato tenente con me all’8° reggimento bersaglieri a Torino: elegante, impomatato, di modi e tratto squisiti, mite, intelligente, lavoratore, simpatico, conservavo di lui la migliore impressione, ma non certo quella di un patriota esaltato, quale lo ritrovai piú tardi.” Ma andiamo a ripercorrere più nel dettaglio la sua vita. Nacque il 24 Dicembre 1862 nella ridente città di Genova. Il padre, Paolo Negrotto, servì come ufficiale nell’Esercito Sabaudo durante la seconda guerra d’indipendenza del 1859 e nel Regio Esercito Italiano nella campagna del 1866. Promosso al grado di maggiore e nominato cavaliere dell’Ordine della Corono d’Italia, partecipò attivamente alla lotta al brigantaggio, che dilaniò il Sud Italia negli anni immediatamente successivi all’unità. In questa nazione, colma di ardore patriottico derivante dalle lotte risorgimentali e dalle enormi disparità sociali presenti nella politica, muove i primi passi il giovane Michele. Seguì le orme del padre intraprendendo la carriera militare. Frequentò la scuola militare e venne promosso sottotenente il 28 luglio 1883 ed assegnato al 2° reg. Bersaglieri. Il 26 settembre del 1886 venne promosso al grado di tenente. Nel 1888 svolse gli esami per l’ammissione alla scuola di guerra, nella quale fu ammesso nel 1893. Fece domanda di trasferimento due anni dopo per l’8° regg. Bersaglieri di stanza a Torino. Qui conobbe il pari grado De Rossi, che ci lasciò nel suo libro le impressioni, decisamente positive, che ebbe di quel giovane ufficiale.
La causa nazionalista
Quali furono però gli elementi scatenanti che lo portarono sul cieco nazionalismo? Eugenio nelle sue memoria ci da una piccola spiegazione sull’argomento: ”Un ricco matrimonio lo aveva, dirò, sollevato dalla costrizione che esercita sui migliori spiriti una posizione economica mediocre”. La sposa in questione era figlia del comm. Giambattista Bianchori, fratello del fu presidente della camera dei deputati e primo segretario del Re per l’Ordine Mauriziano. Promosso al grado di capitano, fu trasferito nel 1896 al 12° regg. Bersaglieri di stanza a Brescia. La permanenza nella cittadina lombarda non fu delle più felici. Nel frattempo dedico una parte del proprio tempo alla causa nazionalista, frequentandone gli ambienti e scrivendo articoli per le testate giornalistiche di quell’indirizzo politico, come “La Grande Italia” e “La Vita internazionale”. Fu promotore di un’iniziativa assai singolare, cioè quella di riportare in patria le ceneri del defunto padre fondatore del corpo dei bersaglieri Alessandro La Marmora. Il mito dell’Eroe di Goito e della campagna di Crimea, morto di colera nei pressi di Balaclava, era ben saldo all’interno della memoria collettiva del corpo, diventando il simbolo più importante di quest’ultimo. Perciò la tumulazione in patria dei resti del generale animò tanti animi all’interno del Regio Esercito e della popolazione italiana. L’idea fu maturata da Michele tra il 1908 ed il 1909, proprio nel luglio di quest’ultimo fu lanciata l’iniziativa dal giornale nazionalista “La Grande Italia”, patrocinata da Mario degli Alberti, sposo dell’ultima erede della famiglia La Marmora. L’impresa ebbe presto un forte successo in tutt’Italia e furono molti che aderirono alla sottoscrizione lanciata dal giornale per coprire le spese derivanti dal trasporto e dalla realizzazione dell’urna funeraria. Furono raccolte circa 12 mila lire. così all’inizio del 1911 si incominciò ad organizzare l’impresa. Negrotto vi partecipò personalmente e soprattutto a sue spese, in rappresentanza del corpo dei Bersaglieri. Con lui presero parte il Maggior Generale Clemente Ravina, il Colonnello Bersaglieri Angelo Dovara, il capitano di vascello Carlo Albamonte Siciliano, il tenente colonnello Andrea Abati, addetto militare presso l’ambasciata italiana a Pietroburgo; il conte Ermanno Gabrielli di Montevecchio, rappresentante dell’omonima famiglia (tornò in Italia anche la salma del generale Gabrielli di Montevecchio, anche lui caduto durante la campagna di Crimea); il tenente Giorgio Ansaldi; il ragionier Achille Alfieri, segretario della missione. Gli uomini precedentemente nominati partirono nel maggio dello stesso anno a bordo l’Argodat in direzione della Crimea. Arrivati in loco il 28 maggio 1911 procedettero all’esumazione ed al riconoscimento delle salme. Le osse furono estratte dal barone Perrone di San Martino e deposte in un lenzuolo bianco dal colonnello Dovara ed al maggiore Negrotto. A sue spese, Michele fece apporre una piccole lapide di marmo bianco, all’interno del mausoleo, con la seguente iscrizione:
“In memoria della gloriosa salma del generale Alessandro La Marmora restituita alla grande madre da lungi aspettante l’eroico figlio il geniale creatore dei bersaglieri cui tutto egli donava ricchezze mente vita.
I giugno MCMXI”

I resti del generale, imbarcati nell’Argodat, attraversarono così il Mar Nero ed il Mar Mediterraneo ed arrivarono a Genova il 14 giugno. La salma fu accolta da una folla gremita e festante. Le ceneri del defunto furono tumulate a Biella, secondo la volontà degli eredi. La cittadina accolse il feretro con la stessa passione dei genovesi, sventolando al passaggio della salma centinaia di bandiere tricolore, su invito del Sindaco. Questa calorosa e patriottica accoglienza colpì nel profondo Michele. Egli immortalò con queste parole quei momenti:
“Oggi Biella era tutta inghirlandata a festa, tutta smagliante di cento e cento tricolori italiani, tutta sole, tutta luce e sorriso non altrimenti d’una città che si appronta ad accogliere il suo trionfatore. Attraverso alle strade gremite di gente accorsa da ogni vallata e da ogni paese si applaudiva, si gettavano fiori come se non le spoglie mortali d’un defunto transitassero ma il suo spirito immortale transumanato e coronato d’alloro.
E, giunti sotto le oscure volte di S. Sebastiano, mentre di fuori echeggiava dagli spalti il rombo del cannone e di dentro nell’aere ebbra d’incensi i canti sacri si innalzavano supplici al cielo e la lunga fila di corone non cessava mai di passare e d’inondare l’atmosfera di sempre nuovi profumi, le anime nostre, rapite nell’estasi paradisiaca e nel supremo gaudio di quella ieratica scena, con un tacito con senso unanime proclamavano plaudenti Biella industriosa la Città Sacra e San Sebastiano il Santuario dei bersaglieri d’Italia.
Biella, 15 Giugno 1911″

Negrotto si lasciò andare in un appassionato e retorico discorso, mirato principalmente ai giovani, volto a responsabilizzare ed indirizzarli verso la patria, invitando ad emulare il generale La Marmora ed affermare la potenza d’Italia oltre ai confini marittimi e terrestri. Il militarismo ed il nazionalismo avevano quindi preso il sopravvento nella mente dell’ufficiale, accecato dai propri ideali ed ambizioni. Questi ideali prendevano vita nelle attività dell’associazione studentesca “Sursum Corda”, di cui Negrotto era vice presidente. Nata ufficialmente il 31 ottobre 1909, fu l’unica associazione di volontari riconosciuta dallo stato, tanto che ricevette il patronato del Re. (1) La Sursum Corda riuscì, non senza qualche difficoltà, a riunire, coordinare e riorganizzare tutti quei battaglioni volontari che erano nati a seguito delle considerazioni austriache sul terremoto di Messina del 1908, sparsi per tutta la penisola. Se il Re ed il governo diedero il loro patrocinio all’associazione studentesca, diverso fu l’atteggiamento verso i battaglioni volontari, visti generalmente con diffidenza dalla classe politica e militare. Michele si fece carico del problema, organizzando convegni e chiedendo formalmente il riconoscimento da parte dello stato delle varie associazioni.

Eugenio De Rossi scrisse in merito nel suo diario: “Benché non fosse un grande oratore, non perdeva occasione di concionare; ma era sincero, ed aveva il cuore puro di ambizione e di vanità fanciullesca. Era la persona indicata per assumere il comando diretto del battaglione Volontari Studenti. L’ebbe, infatti, impiegandovi tutta la sua attività, dedicandovi tutto il suo tempo e profondendovi denaro.” Nonostante tutto, il governo si mosse sempre con una costante ambiguità, documentata dalle parole dell’allora Colonnello De Rossi: “Il Governo voleva e non voleva l’incorporazione di questa gente. «Si faccia, ma non se ne parli, si armino come gli altri, ma con fucili inservibili, ecc. , ecc.»”.
La grande guerra
Con lo scoppio della Grande Guerra, il battaglione Volontari Studenti, comandato da Negrotto, si ingrossò a seguito dell’adesione di un gran numero di irredenti, tra cui spicca Cesare Battisti. L’entusiasmo dell’ufficiale salì alle stelle dato che ciò per cui aveva tanto sperato stava per compiersi. Infatti, con il conflitto alle porte, fu ordinato al 12° reggimento di lasciare le proprie caserme per raggiungere il Friuli, raggiungendo Zivacco nel mese di aprile. Durante il breve soggiorno in questa località posta tra Udine e Cividale, i discorsi sfrontati e nazionalisti di Michele furono causa di vari fraintendimenti, alcuni di questi nati dai suoi lunghi discorsi a mensa. Il maggiore generale al comando della divisione speciale bersaglieri, basandosi sui discorsi di Negrotto, come sempre pieni di retorica, temette un insubordinazione dei suoi uomini. Ma i discorsi di Michele, scambiati con i suoi commensali durante il rancio, non furono mai presi seriamente da nessuno tranne che dal comandante della divisione. Quest’ultimo, come testimonia il colonnello de Rossi, proibì ai suoi reggimenti di esercitarsi sulle ultime propaggini delle Giulie, mandandoli invece a manovrare verso il Torre. Al reggimento fu ordinato di muoversi su San Pietro al Natisone, ove sarebbe passato alle dipendenze del IV corpo d’armata. Il 23 giunse un plico contenente il proclama del Re e gli ordini provenienti dal comando del IV corpo d’armata: occupare l’abitato di Luico. La guerra cominciò ufficialmente alla mezzanotte del 24, ma le truppe al comando del colonnello De Rossi sconfinarono all’Alba. Il reggimento, diviso in tre colonne, composte da un battaglione, si mossero verso il monte Kuk. La tensione era palpabile, la morte incombeva e nessuno riusciva ancora a realizzare pienamente cosa stesse accadendo, ma si era pienamente consapevoli di ciò che si stava lasciando alle spalle: i propri cari ed affetti. I bersaglieri occuparono in mattinata la cittadina di Luico, e su comando di Negrotto fu issato il tricolore sul campanile della chiesa principale del paese. La permanenza delle truppe italiane nel paese si protrasse per qualche giorno. L’attesa fu infranta il 27 maggio dagli ordini provenienti dal comando. Il reggimento doveva occupare il monte Merzly allo scopo di supportare l’azione di una brigata di fanteria. Ma di quest’ultima non vi era nessuna traccia. Cosa fare quindi? Gli ordini dopotutto non si discutono, perciò di sua iniziativa, De Rossi mandò in avanscoperta due compagnie nei giorni seguenti, nonostante la totale assenza dell’unità da supportare. L’azione fu mal coordinata a causa dell’interruzione delle comunicazioni con Caporetto, ove risiedeva il comando divisionale. Non ricevendo risposta, si rivolse direttamente al comando di corpo d’armata che ordinò il ritiro delle avanguardie. Perciò la sosta nella piccola cittadina si prolungò più del dovuto. Durante quei primi giorni di ostilità, con la morte perennemente presente nelle menti di tutti i militari al fronte, essa stessa divenne un argomento di discussione tra gli ufficiali, specialmente a mensa. La reazione di Michele a certi scambi di vedute colpì Eugenio particolarmente, infatti nel suo diario la descrisse così: ”Negrotto non amava questi discorsi, egli viveva più che mai in uno stato di esaltazione singolare, aveva fatto scrivere in grossi caratteri i versi dell’Eneide, libro X:
Stat sua dies, breve et irreparabile tempus
Omnibus est vitae, sed famam extendere factis,
Hoc virtutis opus….
Ossia, se ben traduco: «I giorni dei mortali sono contati, ed il tempo che dura la vita è breve, irreparabile; ma allungarne la fama con alti fatti, ecco l’opera dei valenti!…»; e questo cartello aveva inchiodato sul muro ben visibile. «Serve per eccitare i bersaglieri all’eroismo», mi diceva. «Per il momento», risposi, «è difficile abbia un’azione qualunque sui nostri attendenti che ci servono a tavola, unici che possano leggerlo: e poi, mio caro Negrotto, l’eroismo non è un mestiere che si eserciti 24 ore al giorno e 365 giorni dell’anno. Gli eroi, in realtà, hanno solo dei lampi di eroismo che esplodono all’improvviso, precipitando irresistibilmente in avventure inattese. L’eroe, a considerarlo bene, è quasi sempre tale suo malgrado!» «Sei uno smorzatore di entusiasmi » mi diceva egli malinconicamente. «No! sono un animatore della truppa, sono un regolatore dei capi», gli rispondevo. «Il cieco entusiasmo, caratteristica dei giovani, è un difetto negli uomini maturi responsabili quali siamo noi…» Ma le mie parole erano perdute. Sentivo di non essere il Capo che il mio tenente colonnello avrebbe voluto seguire.”
Nella notte del 1° giugno De Rossi ricevette un ordine dal comandante dell’8ª divisione di avanzare sul monte Mrzli con due battaglioni (il 23° ed il 36°), il terzo (il 21°) sarebbe rimasto a Luico. Giunto alle pendici del monte si ritrovò due battaglioni della brigata Modena e quattro della brigata Salerno. Il generale Marafini Valentino della Modena non era ancora giunto sul posto, l’ufficiale più alto in grado in quel frangente fu quindi Eugenio. Su ordini superiori gli fu dato il comando di quella massa di uomini e gli fu ordinato di attaccare il monte. Era fisicamente impossibile impiegare tutti gli effettivi per l’attacco dato che l’unico passaggio utile era relativamente stretto, perciò il colonnello decise di attaccare con i suoi due battaglioni, lasciando gli altri in riserva, pronti ad intervenire nei momenti più critici. L’avanzata verso quota 1200 fu supportata inizialmente da uno sbarramento d’artiglieria italiana, che non produsse i risultati sperati dato che i trinceramenti nemici rimasero pressoché intatti. Appena si interruppe il fuoco d’artiglieria i bersaglieri furono investiti da un fitto fuoco di fucileria e di mitragliatrici, causando perdite ingenti. Lo scontro si interruppe con il calar della notte. Il maggiore generale De Rossi si rese presto conto che qualsiasi attacco frontale si sarebbe risolto solamente in un bagno di sangue. Gli italiani non avevano con sé granate, pinze tagliafili o qualsiasi tipo di esplosivo capace di distruggere i reticolati. Inoltre la posizione nemica era ben protetta e difesa da un battaglione di fanteria e 6 mitragliatrici. Il comandante quindi avvertì i suoi ufficiali dell’impossibilità di sferrare un qualsiasi attacco, ma qui incontrò le ostilità di Negrotto, decisamente più incline a sferrare un attacco frontale. Per un attimo Eugenio pensò di aver convinto il suo subalterno con il suo buon senso, ma questa sua impressione non durò molto. Poco dopo infatti Negrotto, sciabola in mano e al grido di “Savoia“, partì all’assalto delle postazioni austriache con il suo battaglione.

Nel giro di qualche minuto del 36° battaglione non rimase che un pugno di feriti e moribondi. De Rossi si mosse subito per richiamare i suoi ma fu colpito al fianco destro e rimase gravemente ferito. L’insubordinazione del suo sottoposto gli costò carissima, come costò cara ad egli stesso dopotutto. Durante l’assalto, tra i feriti gravi vi era proprio colui che per primo si slanciò all’assalto. Furono entrambi trasportati all’ospedale da campo allestito a Caporetto (ospedaletto Da Campo N. 18). De Rossi descrisse nel suo diario così le prime ore di angoscia ed agonia passate in quel triste luogo: “Mi trovavo in una camera senza porte e finestre, coricato sopra un pagliericcio a terra pieno di fieno umido. […] Alla mia destra, pure su di un pagliericcio, un altro ferito, supino, le braccia aperte, il petto nudo con un bendaggio sanguinoso, ripeteva ininterrottamente con tono, or supplice, ora imperativo:« Champagne!… Champagne!…». La luna girando penetrò ad un tratto da una finestra e mi mostrò il viso cereo dello strano richiedente. Era il tenente colonnello Negrotto, con il petto attraversato da una palla esplosiva. Scontavamo entrambi il suo eroico, ma folle gesto….” Michele spirò il 4 giugno a causa delle ferite riportate e fu successivamente sepolto con tutti gli onori ad Udine. L’insensatezza dell’azione, vista a posteriori, è evidente. Non vi era alcuna possibilità di successo per la scarsità di mezzi a disposizione degli italiani che rendeva così il reticolato nemico un muro insorpassabile. Il tenente colonnello credeva in cuor suo che il valore e la volontà dei suoi uomini sarebbe bastata, insieme ai propri fucili, a rompere lo schieramento nemico ed ad aprire così la strada verso la gloria. Le sue illusioni sono presto smontate dalla realtà dei fatti e dalle parole del suo superiore: “Questo modo d’essere del maggiore Negrotto, se era però adatto ad un capo di volontari da animare, forse non conveniva ad un capo di truppe regolari, in un’epoca che il «garibaldinismo» come l’intendevano i volgari, ossia l’azione tattica tutta di baionetta, era un anacronismo davanti alle mitragliatrici, le bombarde, i reticolati, ecc. L’entusiasmo ritengo debba essere dosato, perché non può essere tenuto sempre ad altissimo diapason; lo stesso sublime, se continuato, annoia. Dice, salvo errore, Pascal: «La parola del capo è come un medicamento che va adoperato a tempo e luogo e con parsimonia, altrimenti perde efficacia».”
Per il suo scellerato ed allo stesso tempo valoroso comportamento gli fu assegnata postuma la medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione: “Impavido, innanzi al pericolo, diede fortissima prova di valore personale, tenendo saldo in sua mano il comando del battaglione. Fu colpito a morte mentre andava all’assalto. – Monte Mrzli Vrh-Tolmino, 2 giugno 1915.”
Negrotto prima di morire scrisse una serie di lettere alla sorella ed al cognato, tra queste spicca una che all’epoca fu intesa come il testamento lasciato al popolo italiano: “Voi sapete meglio di me che ognuno ha il suo destino a questo mondo. L’ora scocca quando il destino l’ha fissata. Se non sarà suonata la mia ora, quindi, anche dalla guerra potrò uscire salvo. Questo è certo in ogni modo: che compirò il mio dovere dovunque e sempre fino all’estremo. Sono orgoglioso di essere italiano e sopra. tutto di essere bersagliere e saprò fare onore alla mia nazione ed al Corpo glorioso cui ho l’onore di appartenere. Voi sapete che questa guerra di liberazione e di integrazione nazionale io l’ho sognata, caldeggiata ed ho per essa combattuto per la stampa con la continua e modesta opera mia da parecchi anni. Immaginate quindi con quale entusiasmo io la combatterò sopra tutto avendo la fortuna di trovarmi in prima e così avanzata posizione. Ma se uscirò sano e salvo dalla tremenda lotta, un’altra non più sanguinosa ma ideale ed ardente guerra io vorrò sostenere, quel la del sollevamento materiale morale e della salda fusione e coesione nazionale del nostro Paese contro tutti i politicanti da strapazzo e gli intriganti partigiani grandi e piccoli, che per i loro interessi di combriccole e per i loro odi settari calpestando ogni grande ideale nazionale e di civiltà minano la nostra necessaria compattezza di voleri e di azione e mettono in pericolo la luminosa civiltà latina contro la barbara ma disciplinata cultura tedesca”
I toni nazionalisti e trionfalistici lasciano presto il passo, sul letto di morte, alla cupa consapevolezza di dover lasciare i propri cari. Perciò prima di morire egli indirizzò la sua ultima lettera al figlio: “A te. Enzo, figlio mio, Nel momento di lasciare la vita per sempre, questo è il retaggio che il tuo papà ti lascia. Sii obbediente e rispettoso verso tua madre. Essa sola ormai nel mondo, fedele per sempre al nome ed al ricordo di tuo padre, ha diritto di trovare in te la sua consolazione ed il suo appoggio solido e sicuro, in te, figlio nostro carissimo. Sii sempre e dovunque onesto, laborioso e coraggioso. Sii orgoglioso del nome d’italiano ed adoperati in tutti i modi perché le tue azioni servono ad accrescere la potenza e la gloria della nostra Nazione e ad onorarla. re il nome intemerato che io ti lascio in eredità. Tanti grossi bacioni dal tuo papalotto che ti ha sempre voluto tanto bene.”
Note
- La Sursum Corda è l’unica federazione italiana, senza scopo politico, autorizzata dal Governo a formare nelle principali città battaglioni di giovani dai 16 anni in poi, appartenenti ad ogni classe, desiderosi di seguire un corso di preparazione militare.
Fonti
- Bolengo, Graziana. Una famiglia nel Risorgimento: i La Marmora dal Piemonte all’Italia. Italia, Eventi & progetti, 2011.
- Codara, Renzo. I corpi volontari d’Italia. Il Secolo XX: rivista popolare illustrata. Anno XIV, n. 4
- De Rossi, Eugenio. La vita di un ufficiale italiano sino alla guerra. Italia, A. Mondadori, 1927.
- Il Tenente colonnello M.P. Negrotto. La Vita internazionale, pag. 323, 1915.
- La Guerra d’Italia: La Guerra d’Italia 1915-1916. Italia, Fratelli Treves, 1917.
- La nuova Italia militare: i battaglioni volontari. L’illustrazione popolare. Italia, E. Treves, pag. 551-554, 1912.
- Negrotto, Michele Pericle. Alessandro Lamarmora. Italia, G. Testa, 1912.
- Negrotto, Michele Pericle. La nuova coscienza militare ed i Battaglioni Volontari. L’illustrazione italiana, n. 22 pag. 545-547, 1913.
- Steege, Klyda Richardson. We of Italy. Regno Unito, J.M. Dent & sons Limited, 1917.
Sitografia
- http://www.frontedelpiave.info/public/modules/Fronte_del_Piave_article/Fronte_del_Piave_view_article.php?id_a=539&app_l2=527&app_l3=539&sito=Fronte-del-Piave&titolo=12°-Reggimento
- https://digilander.libero.it/freetime1836/libri/libri68.htm
- https://fotografieincomune.comune.milano.it/FotografieInComune/dettagliofotografia/SUP-I0240-0000016?context=photoByAuthor&position=16&contextRefValue1=Andreoletti,%20Arturo
Un pensiero su “Michele Pericle Negrotto ed il nazionalismo italiano”