Cenni storici e tecnici

Il Renault R. 35 fu costruito negli anni antecedenti alla seconda guerra mondiale per dotarne la “Division Légère Mécanique”. Progettato nel 1933 entrato in servizio nel 1936, venne prodotto in 1.686 esemplari. Il Renault pesava circa 10 tonnellate, la quasi totalità dello scafo e la torretta erano ricavati per fusione, solamente la parte inferiore dello scafo era formata da corazze saldate. Le sospensioni del tipo a forbice, con rondelle di gomma orizzontali erano composte da 5 rulli portanti, 3 rulli reggi cingolo e 1 ruota di rinvio a contatto col terreno. L’armamento, composto da un cannone Puteaux SA 18 da 37 mm abbinato ad una mitragliatrice Chatellerault da 7,5 mm, in torretta monoposto, con cupola emisferica.

L’equipaggio era composto da un pilota e da un capocarro/cannoniere. Il carro venne impiegato nei combattimenti del maggio 1940 in compiti esplorativi e di presa di contatto tipici della cavalleria. 

Le trattative con i tedeschi

La disfatta francese consegnò nelle mani dei tedeschi una quantità di materiale bellico impressionante, migliaia di mezzi motorizzati e corazzati caddero così nelle loro mani e furono decisamente lieti di riutilizzarli sotto le loro insegne. Questi mezzi catturarono anche le attenzioni degli italiani, i quali si ritrovarono fin dall’inizio del conflitto a corto di materiale bellico, specialmente dopo la disastrosa sconfitta in Africa Settentrionale nell’operazione Compass. 

Già nel novembre 1940 Mussolini istruì Badoglio, a colloquio con Keitel a Innsbruck, nel chiedere una certa aliquota di carri armati francesi. Il generale tedesco però rifiutò prontamente, asserendo a motivazioni di carattere logistico, in quanto secondo lui i mezzi richiedevano un’importante manutenzione.[1] Essa però era una palese scusa in quanto tali mezzi furono poi utilizzati sul fronte orientale ed in Jugoslavia. 

Nonostante ciò, dopo continue insistenze, i tedeschi si aprirono cautamente alle richieste italiano, dichiarando di poter fornire un certo quantitativo di carri armati, ovvero [2]:

-50 carri B2

-50 carri Somua S35

-350 carri Renault R.35

Le trattative continuarono per circa un anno e quando i primi mezzi cominciarono ad arrivare nel febbraio del ‘41, ci si rese conto non sarebbero arrivati nel numero precedentemente pattuito e soprattutto il numero esiguo di mezzi consegnati erano privi di parti di ricambio.[3] [4]

Con l’equipaggiamento francese, composto solamente da 32 carri Somua S35 e 124 carri R35, fu così formato il 131° reggimento carri della divisione Centauro. Dapprima si ipotizzava un utilizzo di tali carri in Africa Settentrionale ma successivamente si pensò di utilizzarli solamente nel territorio metropolitano. Ben presto però ci si rese conto dei limiti di tali mezzi i quali erano logori, lenti, con un armamento insufficiente e privi di radio (solamente i carri comando di plotone e compagnia furono dotati di radio) e pezzi di ricambio. Alla 131a fu ordinato di non utilizzare i carri durante le ore più calde della giornata e di limitare il loro utilizzo onde evitare eventuali guasti e malfunzionamenti, i quali si sarebbero rivelati fatali data la mancanza di ricambi.

Fonte: Istituto Luce

Lo sbarco in Sicilia ed il contrattacco su Gela

L’unità, posto sotto il comando del tenente colonnello Ciccimarra, fu presta divisa, il battaglione equipaggiato con 32 Somua fu trasferito in Sardegna ed i due battaglioni di carri Renault fu trasferito in Sicilia. I battaglioni parteciparano ai tragici eventi che precedettero l’armistizio di Cassibile ed a quelli immediatamente successivi. L’invasione alleata della penisola cominciò con un massiccio sbarco sulle coste sud orientali della Sicilia. Nonostante la resistenza Italo-tedesca, che fu decisamente ostinata in alcuni settori e molto blanda in altri, in quasi più di un mese gli alleati riuscirono a conquistare l’isola. I due battagliano carri R35, il CI ed il CII, erano stati inquadrati nella 6ª armata del generale di corpo d’armata Alfredo Guzzoni.

I Renault del CI battaglione furono assegnati ai Gruppi Mobili Difesa Aeroporti D, E, F e G, mentre quelli del CII vennero assegnati ai Gruppi Mobili A, B e C.

Fonte: Istituto Luce

A seguito dello sbarco alleato che avvenne tra il 9 ed il 10, che venne preceduto da un massiccio lancio di paracadutisti, fu ordinato al Gruppo Mobile E, posto temporaneamente alla dipendenze della XVIII Brigata Costiera, di contrattaccare con la Divisione Livorno i rangers americani che avevano occupato precedentemente l’abitato di Gela.

Fu così che 15 R.35 si lanciarono all’assalto, creando scompiglio tra le file americane, le quali richiesero immediatamente supporto aereo e navale e nel frattempo cercarono di contrastare i corazzati con il fuoco di alcuni pezzi da 37 mm ed alcuni bazooka. Il contrattacco fu respinto solamente grazie all’intervento delle artiglierie navali alleate le quali costrinsero gli italiani alla ritirata dopo aver subito pesantissime perdite. Dei 15 carri iniziali, 10 furono distrutti dal fuoco navale e gli altri due dai Ranger con le armi che abbiamo precedentemente citato.  Lo storico Hugh Pond ci offre un quadro alquanto dettagliato di quel disastroso contrattacco: “Il capitano Giuseppe Granieri, che comandava una squadra, si gettò a tutta velocità contro Gela.[…] Il colonnello Darby chiese l’appoggio dell’artiglieria navale, poi ordinò ai suoi uomini di scendere nelle trincee e di aspettare finché i carri non fossero tanto vicini da poter sparare dalle feritoie. Non avevano molte probabilità di mettere fuori combattimento i carri, con quel sistema, ma con un po’ di fortuna sarebbero forse riusciti a mettere fuori combattimento i conducenti e l’equipaggio. Ma prima che le navi avessero potuto aggiustare il tiro, molti carri erano già entrati in città e sparavano senza fermarsi, facendo roteare le torrette e rovesciando proiettili su tutti i bersagli possibili […]”

Note:

[1]: Ceva, Lucio. Curami, Andrea. La meccanizzazione dell’esercito fino al 1943, tomo 1, parte 2, pag. 305.

[2]:  Ceva, Lucio. Curami, Andrea. La meccanizzazione dell’esercito fino al 1943, tomo 1, parte 2, pag. 321.

[3]: Ceva, Lucio. Curami, Andrea. La meccanizzazione dell’esercito fino al 1943, tomo 1, parte 2, pag. 323

[4]: Ceva, Lucio. Curami, Andrea. La meccanizzazione dell’esercito fino al 1943, tomo 1, parte 2, pag. 433

Bibliografia:

  • Ceva, Lucio. Curami, Andrea. La meccanizzazione dell’esercito fino al 1943
  • Le tous terrains Laffly 1934-1945, “L’automobiliste” n. 54, 1980, pp. 35–52
  • Pafi, Falessi, Fiore, Corazzati Italiani 1939-1945, D’Anna Editore, Roma, 1968 Pignato, Nicola. Cappellano, Filippo.
  • Gli autoveicoli da combattimento dell’Esercito Italiano Vol. 2 tomo 2 Tavard, Christian H.

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