Il piccolo protagonista di Dogali – Umberto Omar

Tra tutte le storie sviluppatesi durante le campagne coloniali italiane, la più singolare rimane quella di Omar Mohamed. Di origine abissine, ma nato a Massaua, di fede musulmana, all’epoca delle prime campagne in Eritrea ed Abissinia, egli era solamente un fanciullo, avendo meno di dieci anni[1], figlio di un basci-buzuk al servizio degli italiani. Il giovane si unì a quest’ultimi guadagnandosi in breve tempo le simpatie della truppa e degli ufficiali, tra cui il tenente medico Galotti del 7° regg. di fanteria che lo prese sotto la sua ala. Seguì i colonizzatori nella loro lenta penetrazione nell’entroterra dell’Eritrea. Nel frattempo apprese le basi della lingua italiana. Durante la battaglia di Saati del 25 gennaio 1887, egli si portò sugli spalti del fortilizio costruito dagli italiani, aiutando ad indirizzare il fuoco di fucileria verso ogni gruppo di abissini che egli scorgesse.

La battaglia di Saati, L’Abissinia nel 1896, il paese, gli abitanti, la lotta italo-abissina
Paul Combes, 1896.

Il mese successivo egli si mosse dall’abitato di Ailet verso Massaua nel tentativo di ricongiungersi con il padre. Il destino volle che nel momento in cui Omar arrivò nella valle di Dogali, luogo in cui si trovava la colonna italiana in cui il padre prestava servizio, egli la trovò impegnata in furiosi combattimenti contro le truppe abissine del Ras Alula Engida. Il tenente colonnello Tommaso De Cristoforis cercò fin dall’inizio dell’ostilità di avvertire il generale Genè dell’accaduto e di chiedere rinforzi, ma non riuscì in prima battuta a trovare un messo per recapitare tale messaggio. Il pericolosissimo compito, in quanto bisognava attraversare il terreno battuto dai fucili nemici, fu affidato proprio ad Omar, il quale si offrì subito volontario. Il giovane ripose il biglietto nella sua cintola e cominciò a correre. La disparità di forze era nettamente in favore egli abissini e la lotta si fece via via sempre più disperata. Egli riuscì ad attraversare indenne il campo avversario ma fu testimone, da un’altura li vicino, della distruzione della colonna italiana.

Dogali, gli ultimi superstiti presentano le armi ai caduti prima di morire

Percorse 24 km[2], la maggior parte di corsa, prima di riuscire a recapitare il messaggio del maggiore Boretti ed al comandante Gené[3]. Nella via incappò anche in un ferito italiano, il quale gli chiese dell’acqua, ma non è chiaro se il giovane riuscì a portare dell’acqua al povero malcapitato in quanto le fonti sono contrastanti al riguardo. Il coraggio del piccolo impressionò gli italiani, tanto che il suo nome figurò nel rapporto del giorno. Anche Ferdinando Martini nelle sue memorie parla del giovane, ma con un tono poco entusiasta rispetto ad altri: “Nei primi giorni fioccarono al Commissario regionale reclami dai capi indigeni, i quali si lamentavano che l’indigeno Umberto Omar (così si chiamava) non li salutava. Ed egli risponde: ma io non sono un indigeno, sono cittadino italiano. All’opposto gli ufficiali si lamentavano che l’Omar, contro il costume eritreo, non faceva il saluto al loro passaggio. E l’Omar imperturbabile: ma se vi ho detto che sono cittadino italiano, e gl’italiani tra loro non si salutano, se non si conoscono.[4]” Il discorso del Martini rappresenta in pieno le contraddizioni e l’ipocrisia delle prime avventure coloniali italiane. Comunque il giovane chiese di sua sponte di unirsi alla 10ª compagnia 7° regg. la quale tornava in Italia ed il Galotti, con il consenso del padre, lo portò con sé. Il suo addio alla terra d’Africa fu ripreso da un articolo a lui dedicato sul periodico ”La caserma letture per i soldati”: “Quando si imbarcò erano a salutarlo sulla riva, una sorellina e il fratello presso a poco della stessa età. Questi, che lo aveva abbracciato e baciato, prima che salisse sulla lancia che doveva condurlo a bordo della nave a vapore, quando la lancia si mosse, gli gettò un piccolo involto, e scappò via piangendo. L’involto conteneva un po’ di uva secca e un soldo. Era tutto quello che poteva dare…”

L’arrivo in Italia

Arrivato in Italia, sbarcò nel porto di Napoli per poi raggiungere Roma via treno per assistere all’inaugurazione del monumento dedicato ai caduti di Dogali. La storia del giovane rimbalzò su tutti i principali quotidiani e periodici del paese. Il giovane si guadagnò presto una certa fama e soprattutto l’interesse della Regina Margherita. Quest’ultima lo incontrò proprio durante l’inaugurazione del 5 giugno 1887 e ne rimase colpita: “della prontezza, con la quale il fanciullo rispose alle sue domando, parlando in italiano – un italiano non correttissimo, ma nel quale egli riesce però a dire, con una certa chiarezza, tutto quello che vuole.”[5]

Il giovane dimostrò uno grande spirito di adattamento ed un disinvoltura che colpì molti ufficiali presenti alla cerimonia.

Il te torna al Quirinale dopo l’inaugurazione del monumento di Dogali, eretto davanti la stazione Termini. Illustrazione italiana, n. 24, 12 giugno 1887

Omar venne poi battezzato il 23 settembre nella chiesa di San Francesco di Paola.[5]. La cerimonia fu documentata per esteso in un articolo del periodico “Scienza e la fede”: “Alle dieci, accompagnato da un tenente di fanteria, dal , segretario alla presidenza del Tribunale di Napoli, e dal catechista sacerdote d’Antonio, egli si recò nella Chiesa di san Francesco di Paola dove aveva cominciato a compiersi il rito. Alla porta era ad aspettarlo Mgr d’Amico, vestito dei paramenti festivi. Monsignore lo prese per mano e gli fece fare il giro della Chiesa, secondo è prescritto da’ sacri Riti. Il battistero era nella cappella a sinistra dell’ altare maggiore. La Chiesa era tutta piena di gente fino sulle tribune. Molte signore e molta folla sotto il porticato. Mgr d’Amico nell’ impartire ad Omar il battesimo, gli imponeva i nomi di Umberto, Maria, Vincenzo, Gennaro, Omar. Padrino è stato il cav. Nasti. Dopo il battesimo si celebrava una messa bassa, che il neo-cattolico ascoltava con molta compunzione, e vi si comunicava. Tutti gli sguardi erano su lui, ed egli non ne pareva molto impicciato. Mgr Gallo Arcivescovo tit. di Patrasso gli amministrava il Sacramento della Cresima, facendogli da padrino lo stesso cav. Nasti.[6]”

Omar Umberto fu mantenuto a spese della Regina nel Collegio Internazionale di Torino, mostrando una buona attitudine allo studio. Nell’ottobre del 1894 entrò nella Scuola militare di Modena e non tardò anche qui il nuovo allievo ad attirarsi le simpatie dei superiori, dei compagni. Omar, una volta raggiunto il grado di sottotenente, desiderava tornare in colonia, ma il suo sogno fu stroncato dalla sua prematura dipartita. Nell’agosto del 1895 si manifestarono i primi attacchi epilettici che si fecero nei mesi sempre più violenti. Nel novembre fu mandato all’ospedale militare di Bologna in osservazione. Morì l’11 febbraio fu colpito da così violenta convulsione, che poco dopo spirò, assistito dal medico cav. Carlo Alessandri, dal parroco e dal figlio di colui che lo portò in Italia insieme al Galotti, Emanuele Piano. Umberto fu la seconda persona di origine africana, ad aver vestito la divisa da ufficiale italiano.

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Giovanni Boretti

Nacque a Pavia nel 1842 dal fu Siro e dalla vivente Clementina Dagna. Ai primi di marzo del 1859, con Pullini, il Vidari, ed altri pavesi, passato il Ticino di notte, corse a Torino ad arruolarsi e fu ascritto, con gli amici, nel 9º regg. fanteria col quale si batté nelle due giornate di Palestro. A guerra finita, entrò nel corso celere, istituito a Novara per provvedere d’ufficiali il nuovo esercito e ne usci sottotenente nel 1860. Fece la campagna delle Marche e dell’Umbria; si trovò a Castelfidardo e sotto Gaeta e vi guadagnò una menzione onorevole al valore militare. Promosso tenente nel 44º fanteria, rimase qualche anno nelle provincie meridionali per la il brigantaggio. Si trovò a Custoza e meritò una seconda menzione per “il coraggio e sangue freddo dimostrato durante il combattimento.” Promosso capitano nel 1866, fu mandato in Sicilia con le truppe destinate a reprimere l’insurrezione di Palermo. Nel 1884 fu promosso maggiore. Chiese d’essere mandato in Africa e vi andò alla fine d’agosto del 1885. Il generale Gené lo mandò, verso la metà di gennaio, a presidiare la posizione di Saati con tre compagnie, con le quali il 25 respinse per tre volte l’assalto di seimila Abissini, e nella notte dal 26 al 27 riuscì a ritarsi.

Note

[1] Nonostante la maggior parte delle fonti affermano che il ragazzo avesse un età compresa tra i dieci ei tredici anni, un articolo pubblicato nel Giornale della Accademia di medicina di Torino afferma che il giovane avesse l’età di 13 anni nel 1891, perciò durante i fatti di Dogali si presume che il giovane avesse tra i nove ei dieci anni. 

[2] Scienza e la fede, raccolta religiosa. Napoli 30 Settembre 1887. Pag. 512-513

[3] Massaua, le operazioni militari di fronte agli Abissini e le nostre truppe coloniali. Esplorazione commerciale. Italia, Società italiana di esplorazioni geografiche e commerciale, Febbraio 1889,  Pag 48.

[4] Paoli, Renato. Martini, Ferdinando. Nella colonia Eritrea: studi e viaggi; con in fine il discorso di Ferdinando Martini tenuto alla Camera dei deputati il 15 febbraio 1908. Italia, Treves, 1908. Pag 300-301

[5] Il figlio del reggimento, La caserma letture per i soldati. 5 luglio 1887, n. 19, Pag. 7.

[6] Scienza e la fede, raccolta religiosa. Napoli 30 Settembre 1887. Pag. 512-513

Bibliografia

  • Frugolino, giornale dei fanciulli. N.20, 20 febbraio 1896, pag. 160;
  • Giornale della Accademia di medicina di Torino N.3-4, Marzo-Aprile, 17 aprile 1891, pag. 143;
  • Il Cracas; Diario di Roma. Italia. N. 19-20, 18 settembre-2 ottobre 1887 pag. 143;
  • Il figlio del reggimento, La caserma letture per i soldati. 5 luglio 1887, n. 19, Pag. 7;
  • Illustrazione italiana, n. 9, 1 marzo 1896;
  • Illustrazione Popolare, n.12, 22 marzo 1896, pag. 190;
  • L’Evangelista, venerdì 28 febbraio 1896;
  • Scienza e la fede, raccolta religiosa. Napoli 30 Settembre 1887. Pag. 512-513;

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