Il primo autocannone italiano: Il cannone Albini

Contesto storico

Il periodo storico della Belle Epoque, caratterizzato da un progresso tecnologico ed economico straordinario, ci ha regalato un numero considerevole di innovazioni che rivoluzionarono il mondo ed una serie di enigmi e misteri sui cui ancora oggi ci interroghiamo. Questi si riflessero sia sul campo civile che quello militare. In quest’ultima area, un piccolo progetto rimasto allo stato di prototipo e finito presto nel dimenticatoio è testimone di quest’epoca fatta si di enormi passi avanti, ma anche di enormi contraddizioni, sintomo di un progresso tecnologico troppo rapido in confronto alle tattiche ed alle dottrine militari dell’epoca. L’evoluzione repentina che ebbero nell’ultima metà dell’800 le armi da fuoco e le artiglierie, portò anche ad una sperimentazione di impiego delle stesse, cercando di allontanarsi dalle tattiche di stampo napoleonico. Per quanto riguarda l’artiglieria, nonostante i grossi progressi che si registrarono in quegli anni, rimase comunque un arma alquanto difficile da spostare e da impiegare in tempi brevi, essendo lenta e pesante. Nonostante questo si riuscì ad incrementare notevolmente la gittata, la precisione e la rapidità di fuoco. Nel tentativo di ovviare alle problematiche predette, il contrammiraglio Augusto Albini ideò un mezzo assai singolare, dalle caratteristiche innovative ma era decisamente molto più avanti del suo tempo. L’ufficiale di marina, già noto ai più per le numerose innovazioni, sia sul campo delle armi leggere che su quello della artiglierie, pensò bene di risolvere i problemi precedentemente descritti montando un cannone di piccolo calibro sul telaio di una delle primissime automobili messe in commercio. In pratica il primo autocannone della storia. Ad oggi di esso rimane una solamente una foto sbiadita ed una curiosa descrizione dello stesso fatta da alcuni periodici dell’epoca. Andiamo ad analizzare queste ultime.

Il mezzo

Come notiamo dall’immagine, come un moderno autocannone, l’unione dell’affusto al telaio, più nello specifico all’avantreno, garantisce, in linea teorica, una certa stabilità al pezzo, sia in fase in tiro che di puntamento. Il tiro risulta pratico solamente a mezzo fermo, considerando la rudimentalità del mezzo, nonostante gli scrittori dell’epoca affermassero che il tiro in movimento potesse essere una valida opzione. Il cannone, di cui è ignoto il calibro, è totalmente brandeggiabile mediante un perno centrale che permette la rotazione del pezzo sul campo orizzontale. Questa caratteristica però è decisamente più utile da fermo, dato che nel caso in cui il pezzo debba essere utilizzato in movimento, il brandeggio dell’arma si ridurrebbe, a mio avviso, ad un arco di circa 30 gradi. Ciò gli permette comunque di poter sparare sia in fase offensiva che in ritirata. Il pezzo era protetto da eventuali schegge e dal fuoco di fucileria da uno scudo montato sull’affusto. L’equipaggio, formato teoricamente da tre o quattro uomini, di cui due dedicati al pezzo, è decisamente inferiore di numero rispetto a quanti ne fossero necessari per un normale cannone da campagna. Il mezzo però può trasportare solamente una piccola quantità di munizioni, perciò è necessario l’ausilio di un altro mezzo per il rifornimento delle stesse. Anche la mobilità in terreni accidentati è da mettere in dubbio, ma questa problematica la si può riscontrare in ogni mezzo dell’epoca. Infatti per la maggior parte degli spostamenti venne previsto il traino animale, mentre il motore era da considerarsi utilizzabile solamente sul campo di battaglia. Di certo i tempi teorici di impiego del mezzo si riducono considerevolmente se li si confronta con quelli di un pezzo di campagna normale, grazie alla mobilità e alla stabilità date dall’automobile. L’autocannone del Conte Albini finì presto nel dimenticatoio, ma rimane un importante precursore dei moderni autocannoni, con cui condivide la maggior parte delle caratteristiche.

Augusto Albini

Nacque a Genova il 30 luglio 1830 dall’ammiraglio Giuseppe. Come i suoi fratelli, anche lui seguì la carriera del padre partecipando con la Regia Marina Sarda alla campagna di Crimea ed alla seconda guerra d’indipendenza , distinguendosi durante l’assedio di Gaeta. Nel 1862 fu assegnato all’ambasciata italiana a Londra come addetto navale e qui rimase fino al 1872. Il 4 ottobre 1873, Albini, con il grado di capitano di vascello, fu nominato direttore della artiglieria e torpedini presso il Ministero della Marina, incarico che poi lascerà dieci anni più tardi, con il grado di contrammiraglio, per assumere la presidenza della società Ansaldo-Armstrong. Durante la sua carriera sviluppò notevoli progetti nel campo delle artiglierie e delle armi leggere. Senatore del Regno, morì a Roma il 3 giugno 1909.

Fonti

  • L’Illustrazione italiana. Fratelli Treves Editore, n. 13, pag. 203, anno 1897.
  • L’Illustrazione italiana. Fratelli Treves Editore, n. 26, pag. 661-662, anno 1909
  • Natura ed arte rivista illustrata quindicinale italiana e straniera di scienze, lettere ed arti. Italia, Vallardi. n. 12 anno VI, 1896-97
  • Vecchi, Augusto Vittorio. Memorie di un luogotenente di vascello. Danimarca, SAGA Egmont, 2022.
  • https://www.treccani.it/enciclopedia/augusto albini_%28Dizionario-Biografico%29/

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