Introduzione
Il 10 giugno 1940 il Regno d’Italia dichiarò guerra alla Repubblica Francese ed alla Gran Bretagna, lanciandosi così, totalmente impreparato, in un conflitto che lo metterà in ginocchio. Il primo assaggio di questa sciagurata avventura si ebbe appena 24 ore dopo la dichiarazione di guerra. Nella notte tra l’11 ed il 12 giugno le truppe inglesi presenti al confine egiziano, con un audace colpo di mano, attaccarono i presidi italiani posti nel confine, catturando un’ottantina di uomini e seminando il panico nelle linee italiane. In quelle ore cadde Forte Capuzzo mentre Forte Maddalena cercò di resistere all’assalto nemico. La rapida impresa fu eseguita magistralmente dall’11º Ussari, un unità estremamente mobile, facente parte della 7a divisione corazzata. Le autoblinde inglesi schiacciarono i reticolati posti al confine e dettero inizio alla lunga campagna d’Africa, che si protrarrà per circa tre anni, tra molti insuccessi e brutte figure da parte italiana. Nei giorni a seguire le autoblinde inglesi si rilevarono una spina nel fianco per i reparti italiani, incapaci di contrastarle efficacemente.
Le autoblinde Inglesi
Questo problema è alquanto singolare, i mezzi inglesi non erano di certo l’ultimo ritrovato della tecnologia. Questi ultimi utilizzarono in quei giorni principalmente due modelli: la Morris CS9/LAC e la Rolls-Royce 1924 Pattern Mk I. Mentre la prima era un modello abbastanza recente, anche se si tratta comunque di un telaio civile riadattato come autoblinda, la seconda era un ammodernamento di un modello risalente alla grande guerra. L’armamento era pressoché identico per entrambi i modelli, essendo dotati di un fucile anticarro Boys, una mitragliatrice Bren in torretta e un lancia fumogeni. Seppur si tratti di un armamento alquanto modesto, la velocità di questi mezzi compensò ampiamente questa deficienza rendendoli molto efficaci nel deserto della Cirenaica.

La risposta italiana
Gli italiani cosa misero in campo per contrastare efficacemente questi mezzi? L’Italia entrò in guerra senza un autoblindo in servizio! Questo fatto viene evidenziato da Mario Roatta e ripreso da Lucio Ceva e Andrea Curami: “Ricordiamo che all’inizio della guerra l’esercito italiano non possedeva neppure un autoblindo, ed aveva in servizio -in fatto di carri – solo il tipo L. 3 e quello M. 11.” Vi era un programma per lo sviluppo e la produzione di un autoblindo, come ricorda lo stesso sottocapo di stato maggiore: “Il programma esistente in fatto di mezzi blindati era il seguente: – costruzione di autoblindo, su ruote, a doppia guida, protette al tiro di fucileria, armate per la maggior parte con mitragliatrici del calibro 8, ed in piccola parte di mitragliera da 20”. Vista la mancanza di un autoblinda analoga ai mobili mezzi dell’11 Ussari, cosa potevano utilizzare allora gli italiani? I mezzi inglesi dopotutto erano alquanto vulnerabili, una raffica di mitragliatrice Fiat Revelli Mod.1935 a 300 metri poteva tranquillamente penetrare la corazza delle autoblinde, il problema però nasceva nel contrastarle. Indicativamente il primo che individua e spara all’avversario, in un confronto tra mezzi corazzati o blindati, risulta quasi sempre vittorioso. I mezzi italiani utilizzati in quel momento, parliamo del famoso L3, avevano un inferiore mobilità rispetto alla controparte britannica, e soprattutto offrivano una visibilità davvero ridotta ai due membri dell’equipaggio, rendendoli ciechi di fronte al nemico. L3 quindi non poteva svolgere efficacemente né il suo ruolo esplorante né poteva contrastare efficacemente eventuali attacchi nemici.
Una nuova autoblinda per il Regio Esercito
Perciò si ripresentò la necessità di un autoblinda capace di colmare questa disastrosa mancanza nei nostri arsenali. In realtà, riprendendo il discorso di Roatta e ampliandolo possiamo notare che vi era già in studio un autoblindo da parte del connubio Fiat-Ansaldo. Il mezzo fu sviluppato sia per soddisfare le richieste dell’Esercito che quelle della P.A.I (Polizia Africa Italiana). Originariamente, il mezzo, sviluppato nel periodo nel biennio 1938-1939, fu successivamente accettato per la produzione in serie il 18 marzo 1940, ed ordinato in un 176 esemplari, di cui 54 destinati alla Jugoslavia. Scoppiata la guerra, l’ordine dell’esercito aumentò a circa 239 esemplari, raddoppiando così la richiesta iniziale, considerando anche il fatto che i mezzi destinati all’estero saranno reindirizzati al Regio Esercito. Il mezzo iniziale, denominato AB 40, entrò in servizio nella primavera del 1941, dimostrando già i propri i limiti. Questo veicolo era dotato di una buona mobilità grazie al discreto motore da 80 cv, alle quattro grosse ruote motrici e tutte e quattro sterzanti ed ai doppi comandi. Per quanto riguarda l’armamento, già prima della consegna ai reparti fu deciso di cambiarlo perchè considerato inadeguato. Come vedremo questo problema si ripresenterà in seguito, non solo per i progettisti italiani, ma anche per tutti gli eserciti coinvolti nel conflitto. La torretta del mezzo inizialmente ospitava due mitragliatrici Breda Mod. 38 da 8 mm in composizione binata. Fu deciso però di sostituirle con almeno un pezzo da 20 mm. In origine solamente una piccola parte del lotto ordinato doveva montare il nuovo armamento ma poi in seguito fu deciso di montarlo su quasi tutti i veicoli già prodotti e su quelli in produzione. Dato che il pezzo da 20 mm di fabbricazione Breda non poteva trovar posto nell’angusta torretta del mezzo, fu deciso di montarlo su una nuova torretta, fortemente ispirata a quella dell’L6. Dopotutto, i tempi per la progettazione di una nuova torretta furono abbastanza tirati e si utilizzarono le conoscenze pregresse per raggiungere in poco tempo l’obiettivo. Per supportare questa affermazione Ceva e Curami portano un interessante spezzone di una lettera dell’Ing. Rossini indirizzata al generale Raffaele Cadorna, quest’ultimo infatti lamentava lo scarso armamento delle blindo: “Vogliate tener presente, egregio generale, che la specifica originale dello S.M. per L’AB41 contemplava il solo armamento con 2 mitragliatrici da 8. Solo dall’inizio della guerra fu deciso in fretta e furia l’installazione dell’arma da 20 che essendo più grande ed ingombrante ha richiesto una soluzione di compromesso”. Come vediamo la necessità di un armamento adeguato alle circostanze del teatro nord africano portarono all’inizio gli italiani a mettere sul campo una blindo dotata di un armamento superiore alla controparte britannica. Anche le blindo tedesche entrarono nel frattempo nel deserto libico, anch’esse armate in maggioranza con una mitragliera da 20 mm.

La risposta inglese ed i ritorni d’esperienza italiani
Gli inglesi, trovandosi così in una posizione di inferiorità, decisero di sostituire sul campo i loro pezzi Boyes o le loro mitragliare Besa da 15 mm con i pezzi da 20 o da 47 mm catturati all’armata di Graziani, nell’attesa che dalla madrepatria arrivassero i nuovi mezzi blindati dotati dei pezzi da 40 mm. Con il prolungarsi del conflitto la richiesta di una blindo armata da un pezzo da 47 mm divenne sempre più impellente, considerando anche il fatto che il pezzo da 20 mm si dimostrava via via sempre meno efficace contro i nuovi mezzi britannici. Dai ritorni d’esperienza, si notò che i doppi comandi, le ruote di appoggio e la mitragliatrice in caccia, utili in un utilizzo urbano, erano pressoché inutili nell’ostico terreno nord africano. L’Ansaldo quindi iniziò lo sviluppo di un nuovo modello caratterizzato da delle linee più razionali e dalla rimozione di quegli organi superflui che abbiamo citato prima. La corazzatura frontale è ora costituita da un’unica parete inclinata che consentiva una maggiore capacità di deflettere i colpi avversari, un maggiore spazio per l’equipaggio senza gravare eccessivamente sul peso complessivo del mezzo. Presentato nel maggio del 1942, il primo prototipo uscì dalla fabbrica il 7 novembre dello stesso anno, pronto per raggiungere il Centro Studi ed Esperienze della Motorizzazione, centro che non raggiunse mai. L’AB 42 era comunque dotata sempre di una mitragliera Breda da 20 mm, posta in una nuova torretta, più bassa e larga della precedente. Restava quindi il problema dell’armamento. Sempre Ceva e Curami ci riportano le parole che l’ing. Rosini dell’Ansaldo rivolse al generale Cadorna in merito: “Il mio tecnico sig. Biggi mi ha riferito che voi ritenete opportuno l’armamento di un’aliquota di autoblinde col cannone da 47. Evidentemente ciò corrisponde ad una necessità imprescindibile ed attuale data la recente dolorosa esperienza. Per vostra opportunità vi segnalo che per incarico dell’Ispettorato truppe Motorizzate e Corazzate, abbiamo già in corso di studio l’armamento della AB 42 col cannone da 47/40. Per l’AB41 la questione si presenta più difficile.”
Il Semovente da 47/32 su Autotelaio 42
Come si evince dallo spezzone di testo appena letto, vi era già in studio l’adozione del pezzo nei nuovi modelli, mentre era verosimilmente improbabile l’adozione di tale pezzo negli AB 41 esistenti. I primi “esperimenti”, fatti quasi in contemporanea allo sviluppo dell’AB 42, portarono alla creazione di un mezzo assai singolare. Sotto la supervisione dell’Ispettorato truppe motorizzate e corazzate l’Ansaldo sviluppò un nuovo modello, privo di torretta, dotato di un pezzo da 47/32 scudato in barbetta, installato su un affusto a candeliere in un ampio vano di combattimento a cielo aperto. Il mezzo, era basato sull’autotelaio 42, da non confondere con quello dell’AB 42. Il mezzo non era dotato come quest’ultimo dei doppi comandi, dei serbatoi ausiliari e della mitragliatrice in caccia ma manteneva le linee generali dell’AB 41 e la sua motorizzazione. Le ruote sterzanti furono ridotte solamente alla coppia anteriore rispetto alle quattro ruote sterzanti del modello precedentemente citato. Furono ridisegnate le fiancate laterali per ospitare il nuovo vano di combattimento. L’equipaggio era composto da tre carristi: pilota, servente e comandante. Questi ultimi due prendevano posto all’interno del vano di combattimento e maneggiavano l’armamento principale. Non era prevista nessuna mitragliatrice per la difesa ravvicinata del mezzo. Il munizionamento era molto ampio, infatti il mezzo poteva ospitare 100 granate, poste alle spalle ed all’interno del mezzo. Il mezzo fu presentato nel dicembre del ‘42 e completato nei primi del ‘43 ma fu accantonato. Probabilmente come suggerisce Pignato il motivo per cui non fu accettato fu probabilmente per il suo profilo spiccato, essendo dotato di una sagoma eccessivamente grande. Aggiungo che la soluzione di montare il pezzo in un vano di combattimento a cielo aperto metteva in serio pericolo i membri dell’equipaggio, vulnerabili al fuoco di fucileria avversario, al fuoco di artiglieria ed al fuoco degli aerei nemici.

L’AB 43
L’esperienza maturata nello sviluppo del mezzo fece comprendere all’ingegner Rosini la necessità di adottare il pezzo in torretta. Perciò si modificò a dovere la torretta dell’AB 42 dotandola, come citava lo spezzone citato precedentemente, di un cannone da 47/40. La stessa sarà montata su un autotelaio 42, dando vita all’AB 43. Il mezzo sarà presentato e successivamente ordinato in due versioni, la prima è quella di cui vi abbiamo brevemente parlato, la seconda manteneva intatta la torretta dell’AB 42, tornando quindi alla vecchia mitragliera da 20 mm. A fine luglio del 43, dei 300 mezzi ordinati, non ne fu consegnato nemmeno uno ai reparti.

Fonti:
- Curami, Andrea, Ceva, Lucio. La meccanizzazione dell’esercito italiano dalle origini al 1943 Italia, Stato maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, 1989.
- Pignato Nicola, Cappellano Filippo. Gli autoveicoli da combattimento dell’Esercito Italiano, Stato maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, 2002.
- Forty, George. World War Two AFVs: Armoured Fighting Vehicles and Self-propelled Artillery, Osprey Publishing; 1st Edition (1 May 1995).
Un pensiero su “L’AB 41 e la sua variante Semovente da 47/32”